Monday ride, il lunedì nella Grande Mela

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In metrò – foto di M.L. Rossi Hawkins

La sua voce si diffonde lungo le gallerie tanto profonda da  penetrare le mattonelle scolorite che  rivestono la vecchia fermata della metropolitana di New York.

Appare ogni tanto solo di  lunedì e con un cenno ti dà il benvenuto sulla piattaforma. Pare conoscerci tutti passeggeri abituali viaggiatori occasionali riuniti per qualche minuto sulla banchina in attesa di un treno che scandisca le nostre più’ disparate destinazioni.

Non so come si chiami né da dove venga, dove abiti o come si mantenga. Certo che ho pensato a chiederglielo, sto sempre per farlo ma soprassiedo ogni volta.

Perché la sua voce appartiene a quel momento di gratitudine condivisa per il suo talento divulgato con naturale generosità alla mia fermata della Subway. Appartiene  a noi che gli sorridiamo quando la sua voce viene sopraffatta dal fragore della metro che irrompe sui binari.

Quando le porte si chiudono e lo lasciamo lì contro il muro alla nostra sinistra mentre guarda in basso, accorda la chitarra e poi ricomincia a cantare e noi non lo sentiamo già più.

Cars, macchine.

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Il quadro comprato all’Havana durante la visita di Giovanni Paolo II a Cuba

Era la prima volta nella mia vita che la parola niente significava proprio quello.

Sì, perché a Cuba niente vuol dire niente. E lungo tutto l’isolato non si trovava una busta un pezzo di carta per incartarlo quel quadro. E aveva cominciato a piovere.

Fra quelle bancarelle c’erano pochi oggetti, tante chiacchiere e un pungente odore di caffè misto al sapore di mare e terra bagnata. La tela  era  accatastata  con gli  altri su uno sgabello sgangherato vicino ad una giovane donna. Era una sua opera.

Il problema – mi raccontava – era reperire la tela perché l’ispirazione non le mancava.

A Cuba tutto era difficile, soprattutto le cose semplici.

Quelle vecchie auto colorate, rattoppate e pronte a partire anche se solo disegnate, erano la Libertà. Ecco perché a Cuba le amavano così tanto. Ecco perché ci teneva che me le portassi a casa. Perché mi ricordassi di loro.

Cercai di proteggerlo, quel quadro, coprendolo con la giacca zigzagando verso l’albergo schivando le pozzanghere saltando sui marciapiedi sconnessi. Ma prese acqua lo stesso macchiando indelebilmente la tela.

Ogni volta che  lo guardo  accanto alla mia scrivania su quella tela scopro una macchia nuova. Sarà per questo che quelle auto mi piacciono ogni giorno di più.

Film di primavera

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Broadway e la 104, New York

I soliti camion.

Arrivano rumorosi,  parcheggiano di buonora e si distendono prepotenti per interi isolati appropriandosi di un marciapiede che non gli appartiene.

Il film di primavera arriva sulla West Side di New York puntuale come l’ora legale e insieme alla curiosità di vedere chi c’è arrivano le luci, le telecamere e le tavole imbandite di notte per staff e comparse. Le devi aggirare per non rimanere intrappolata in un dedalo di cavi mentre corri verso la metropolitana e osservi un quartiere stravolgersi in poche ore.

Spariscono immondizie, arrivano nuove insegne e lampioni. Sugli  alberi sofferenti compaiono foglie e fiori finti disposti ad arte per liberarli, poveretti, dalla sofferenza di un inverno metropolitano.

La gente tira lungo ma osserva da lontano il rumoreggiare di decine di persone nel proprio angolo di città con con walkie talkie e altoparlanti.

Poi, se ne vanno proprio come sono arrivati, all’improvviso. Ritorna la spazzatura accatastata fuori  dai cestini,  gli alberi stecchiti, i tavolini che traballano sul marciapiede. E il solito tizio che chiede i soliti soldi per il solito caffè’.

E lo spettacolo ricomincia. Quello della New York vera.

Tensioni e conflitti: l’America inquieta ai comizi di Trump

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Trump a Radford, Virginia

Era chiaro  che c’erano dei disturbatori.

Sarà l’abitudine a documentare l’imprevisto ma si sentiva da subito che l’atmosfera era satura.

Un sibilo e poi uno dopo l’altra si sono scatenati.  Le urla, il boato. Trump che tuonava  dal podio e l’intervento  della  polizia che scortava i dimostranti fuori dal comizio mentre lo stadio ruggiva.

Da quella mattina tre settimane fa nell’università di Radford in Virginia la tensione nei comizi di Trump è aumentata; le aggressioni si sono moltiplicate ma la gente non incalza e accorre numerosa ai suoi rallies.

Erano cinquant’anni che il dibattito politico americano non si accendeva così e che sui giornali non comparivano foto di risse che evocano il ’68.

Cinquanta anni dopo i riot nelle università ritorna il conflitto.

Più aspro, amaro e profondo di allora. C’è voluto troppo poco per riaccenderlo: segno che, anziché placato, si era solo sopito pronto a risvegliarsi in un momento.

Elettori arrabbiati, nuova forza per la democrazia

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Elettori a Boston

Li chiamano elettori arrabbiati quasi con riprovazione.

Quando  si parla di loro molti si sorprendono che il rancore li conduca  dritti al seggio anziché tenerli imprigionati nell’oblio dell’assenteismo.

Mai come in queste elezioni Americane la frustrazione invece si converte in  voto  cambiando così le  regole della democrazia americana. Un rituale  spesso scontato, dove i candidati dei due schieramenti in genere si sono suddivisi una torta fatta di pochi elettori motivati.

L’esercito di uomini e donne rimasti troppo a lungo spettatori in una America urbana o rurale che sia, oggi  si tuffa nella politica.

Votando per Bernie Sanders come per Donald Trump si catapultano  al  centro di una  dinamica nuova per gli Stati Uniti. Una dinamica  nella quale il voto non consolida solo gradimento ma manifesta anche disappunto.

Elettori arrabbiati? Magari.  Abbandonati dalle istituzioni? Forse. Delusi dai politici? Probabilmente.

In democrazia ci deve essere posto per tutti.

Nancy, una donna di potere

President_Reagan_being_sworn_in_for_second_term_during_the_private_ceremony_held_at_the_White_House_1985_1457283246713_942564_ver1.0Si districava esile e imperiosa fra i corridoi della Casa Bianca. Nancy consigliava il Presidente  e organizzava la sua agenda dirigendo i media col gelo di un sorriso.

Gli amici dei Reagan erano pochi e i nemici  tanti.

Nancy si curava di Reagan  come un artista preserva un  capolavoro, proteggendolo dalla insaziabile rapacità degli immancabili predatori.  Sfilava agile e regale dai Luncheon delle fondazioni  alle ballrooms della capitale.  Proiettava al mondo l’immagine di una America anche in talleur.

E il mondo ricorreva puntuale a Washington per rivendicare una posizione e trovare una soluzione.

Prima che le First Lady’s recenti  si creassero un ruolo di contorno alla Presidenza, Nancy Reagan era la presidenza.

Erano gli anni ottanta e le spalle erano larghe. I confini erano definiti. I colori erano netti. Il paese era uno.  E al fianco di una donna di potere c’era il presidente Reagan.

 

Amtrak

IMG_2186L’America scorre lenta dietro i finestrini del treno e una dopo l’altra le stazioni segnano il percorso che ci porta a destinazione.

Il corridoio ferroviario fra Washington e New York è scandito da una realtà  desolata che da anni ha perso ormai ogni fascino.

Sono case diroccate periferie abbandonate le scarne testimonianze rimaste di un fulgore passato.

Il treno fende i caseggiati rallenta sui vecchi cavalcavia arrugginiti e ti regala sempre lo squarcio di una realtà nascosta.

A Wilmington due bambini si rincorrono in bicicletta su una strada sgangherata. Li vedo appena ma quasi quasi li sento ridere. La loro immagine scompare prima di poterla catturare.

Proprio come un altro viaggioIntenso quando lo vivi, emozionante quando lo racconti, ma che corre in fretta e appena ti volti è già un ricordo.

In fila

IMG_2298Sono arrivati a migliaia da ogni parte della Virginia  per ascoltare il loro Paladino.

Ragazzi in festa  alla  vigilia del super Tuesday elettorale. Sono lì per catturare l’ultimo discorso di Donald Trump prima del voto.

Nel cuore della Virginia evangelica alla Radford Univerisity, Trump dispensa speranze e  ad una generazione che non ha mai votato prima.

Disciplinati ed emozionati sul volto l’entusiasmo di chi è consapevole di una grande sfida – Trump li esalta e promette loro il riscatto di una America migliore “Alzate la  mano se non avete un lavoro” gli  urla. Sono decine ad obbedire. “Quanto talento buttato” esclama.

La palestra di Radford ha spazio limitato: di giovani in fila ad attendere ne  rimangono fuori a migliaia proprio come nell’America di oggi.

Indovina chi viene a cena?

Mentre il Presidente Francese Hollande invoca la segretezza dei dettagli sulla sua condizione sentimentale a Washington fervono già’ i preparativi per la visita ufficiale del Presidente Francese l’11 febbraio prossimo e  lo staff della Casa Bianca scalpita.
Una visita ufficiale non è una cosa semplice e uno state dinner, o cena di stato, è un onore riservato a pochi. Il problema quindi e’ duplice, di organizzazione e di opportunita’.

Se Hollande non decide alla svelta chi portare con sé, con chi passeggerà per i musei dello Smithsonian la First Lady Michelle o peggio, che fare nel caso Hollande decidesse di venire da solo?

Un pranzo fra first ladies si può’ sempre cancellare ma come riempire un posto vuoto al tavolo d’onore di una cena di stato? Certo la Casa Bianca non puo’ mettere fretta al presidente francese che di problemi al momento ne ha parecchi ed ecco quindi che per facilitare il  cerimoniale, si interrogano esperti di etichitteta e di bon ton che suggeriscono di ricorrere ad una antica regola che riservava alla Casa Bianca l’opzione di concedere ai monarchi poligami di scegliere la compagna da portare a cena di stato. Costei veniva poi accolta dai padroni di casa con sorrisi e nonchalance, No questions asked, senza fare domande proprio come piace al presidente Hollande.