Cars, macchine.

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Il quadro comprato all’Havana durante la visita di Giovanni Paolo II a Cuba

Era la prima volta nella mia vita che la parola niente significava proprio quello.

Sì, perché a Cuba niente vuol dire niente. E lungo tutto l’isolato non si trovava una busta un pezzo di carta per incartarlo quel quadro. E aveva cominciato a piovere.

Fra quelle bancarelle c’erano pochi oggetti, tante chiacchiere e un pungente odore di caffè misto al sapore di mare e terra bagnata. La tela  era  accatastata  con gli  altri su uno sgabello sgangherato vicino ad una giovane donna. Era una sua opera.

Il problema – mi raccontava – era reperire la tela perché l’ispirazione non le mancava.

A Cuba tutto era difficile, soprattutto le cose semplici.

Quelle vecchie auto colorate, rattoppate e pronte a partire anche se solo disegnate, erano la Libertà. Ecco perché a Cuba le amavano così tanto. Ecco perché ci teneva che me le portassi a casa. Perché mi ricordassi di loro.

Cercai di proteggerlo, quel quadro, coprendolo con la giacca zigzagando verso l’albergo schivando le pozzanghere saltando sui marciapiedi sconnessi. Ma prese acqua lo stesso macchiando indelebilmente la tela.

Ogni volta che  lo guardo  accanto alla mia scrivania su quella tela scopro una macchia nuova. Sarà per questo che quelle auto mi piacciono ogni giorno di più.

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