Polar Vortex, Vortice polare

Non succede spesso che il fiume Hudson si trasformi in una lastra di ghiaccio. Uno scenario polare simbolo di un paese in questi giorni trascinato in un gorgo di disagi, di danni e anche di morte.
Il vortice di aria artica che ha attanagliato gli Stati Uniti con temperature brutali e i suoi venti ghiacciati non discrimina. Colpisce tutti, giovani e vecchi, ricchi e poveri, chi ha una casa e chi non ce l’ha.

Gli homeless, oltre 600.000 in America hanno trascorso questi giorni di gelo in rifugi occasionali, negli shelter, nelle auto, nelle chiese, nelle stazioni della metropolitana. Rimangono lì mentre tu scivoli via verso una casa calda o vai veloce al lavoro. Una realtà estrema la loro, che sono però il termometro di quella disuguaglianza sociale di cui tanto si parla ma che continua a manifestarsi sempre più palesemente anche a fronte di tanti discorsi, provvedimenti, annunci e promesse. Sono passati cinquanta anni da quando Lyndon Johnson dichiarò guerra alla povertà, una piaga nazionale nel 1964. Da allora è cambiato poco lo dicono le statistiche, lo ripete Obama che oggi anticiperà un piano per intervenire sulle zone particolarmente povere del paese.

Si parla di proiezioni e di numeri, ma loro sono persone vittime o protagonisti delle circostanze. Aveva gli occhi rossi ma uno sguardo vivido l’uomo che mi ha raccolto da terra un guanto oggi. Malamente infagottato, sotto le scale della fermata della Subway, si riparava dal vento ma non dallo sguardo dei passanti. “Be careful out there” (“Stai attenta lì fuori”), mi ha detto.“You too” (“Anche tu”), gli ho risposto banalmente e mentre lo lasciavo indietro sapevo bene che Vortice Polare o meno, lui al gelo era molto più abituato di me.

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